Coltan insanguinato: RD Congo, rapporto 2015

Periodo interessato dallo studio: aprile 2015/luglio 2015

Zona interessata dallo studio: settore nord-est della Repubblica Democratica del Congo, regioni di Nord-Kivu, Sud-Kivu e Maniema, regione del nord Uganda, Ruanda.

Ricercatori autori dello studio: Bennet Bailey e Claudia Colombo

Obbiettivo del rapporto: comparare l’attuale situazione con quella verificata nel 2013 e in particolare verificare se la recente legge europea sulla tracciabilità dei minerali provenienti da aree di conflitto viene applicata. Monitorare il mercato del Coltan e le violazioni dei Diritti Umani collegate alla sua estrazione e commercio.

Sommario

  • Contesto
  • Collocazione delle miniere e condizioni lavorative
  • Vendita del Coltan
  • Come la legge sulla tracciabilità viene aggirata
  • Conclusioni

Contesto

rd-congo-kivuL’area presa in considerazione dal rapporto è quella compresa tra le regioni di Nord-Kivu, Sud-Kivu e Maniema, nella Repubblica Democratica del Congo (da ora solo RD Congo), i distretti di Bulisa, Hoima, Bundibugyo, Masindi, Bundibugyo, Nebbi, Arua in Uganda e la regione di Gisenyl in Ruanda. Parliamo di un territorio molto vasto dove il controllo dello Stato, specie in RD Congo, è molto labile o laddove presente risulta essere quantomeno colluso con le organizzazioni criminali. Non usiamo il termine “organizzazioni criminali” a caso. Generalmente si tende a definire tali organizzazioni con l’aggettivo di “gruppi ribelli”, ma un gruppo ribelle inteso come un gruppo combattente che lotta per un ideale è qualcosa di diverso dai gruppi che controllano le aree interessate dal rapporto. In queste aree non si combatte per un ideale ma per il controllo delle miniere di materie prime, siano esse di diamanti, Coltan, tungsteno o altri minerali preziosi. In questa parte del rapporto ci interesseremo solo delle miniere di Coltan, del suo commercio e delle tecniche usate per aggirare sia la legge americana sulla tracciabilità che la recente direttiva europea approvata in aprile sulla tracciabilità dei minerali provenienti da aree di conflitto. Rispetto alla situazione riscontrata nel 2013 in merito alle vie di comunicazione abbiamo potuto verificare che in due anni la situazione generale non è migliorata anche se per raggiungere le miniere più produttive sono stati aperti veri e propri varchi nella foresta, varchi che vengono usati sia per il trasporto del materiale grezzo che per consentire l’atterraggio di piccoli aerei da trasporto. L’area compresa nei confini della RD Congo dovrebbe essere teoricamente sotto controllo delle forze di pace dell’Onu (MONUC), in realtà i militari dell’Onu si incontrano molto raramente mentre è un continuo susseguirsi di posti di controllo predisposti dalle varie organizzazioni criminali. In molte occasioni questi posti di controllo si trasformano in punti dove si verificano atti criminali in particolare violenze sessuali selle donne, uccisioni sommarie ecc. ecc. Il Governo della RD Congo ha affermato più volte di controllare l’area ma in realtà non controlla nulla se non pochi punti a ridosso dei maggiori centri abitati e molto spesso è lo stesso esercito congolese insieme alle forze Onu a tollerare, quando non ad autorizzare, il controllo delle aree da parte dei gruppi criminali. Rispetto a due anni fa la zona appare comunque “più controllata” nel senso che le linee di comando e le gerarchie tra gruppi criminali si sono stabilizzate notevolmente rispetto al periodo dell’ultimo rapporto. Se questo da un lato rende l’area “più stabile”, dall’altro genera una sostanziale impunità per i numerosi crimini commessi dalle bande criminali contro la popolazione civile, in particolare contro le donne ei bambini. Esattamente come due anni fa sono numerosissimi i bambini costretti a lavorare in condizione di schiavitù nelle miniere di Coltan. Le nuove regole americane ed europee sulla tracciabilità dei minerali non hanno cambiato la situazione che c’era nel 2013, anzi, in alcuni casi l’hanno persino peggiorata essendo notevolmente aumentata la richiesta.

Collocazione delle miniere e condizioni lavorative

miniere-coltan-1Rispetto a due anni fa il numero delle miniere illegali è notevolmente diminuito avendo il Governo centrale della RD Congo nazionalizzato le maggiori miniere della regione. Tuttavia la nazionalizzazione di diverse miniere, operata dal Governo del Congo per rispettare/aggirare le direttive americane ed europee sulla tracciabilità, non hanno cambiato minimamente le condizioni lavorative dei minatori. Oltre l’80% dei minatori che lavorano nelle miniere di Coltan hanno una età inferiore ai 16 anni. Di questi quasi la metà ha una età inferire ai 12 anni. I nostri sono dati approssimativi derivanti da testimonianze attendibili ma non verificabili visto che è praticamente impossibile reperire dati certi dal Governo della RD Congo in merito ai lavoratori che operano nelle miniere nazionalizzate. Ancora peggiore la situazione nelle miniere illegali dove l’uso dei bambini per l’estrazione del Coltan sfiora il 100% visto che solo i bambini riescono ad introdursi e a lavorare nei fori fatti sul terreno per estrarre il minerale. Rispetto a due anni fa sono state nazionalizzate le miniere intorno ai villaggi di Gili, Azizima, Alomo e Kana, mentre non ci è stato possibile verificare le condizioni delle miniere di Tandro, Mangai, Ndoa e Drasuma in quanto ci è stato impossibile raggiungerle o avere informazioni a causa di un vero e proprio blocco imposto dalle autorità che però usano le bande criminali per farlo rispettare e non l’esercito, fatto questo piuttosto inquietante. Paradossalmente ci è stato più facile raggiungere le miniere ancora illegali che si trovano nell’area di Okapi le quali sono in mano a un cartello criminale legato a doppio filo alla famiglia del Presidente della RD Congo, Joseph Kabila. Rispetto a due anni fa la situazione in queste miniere non è minimamente cambiata se non nel controllo armato dei lavoratori/schiavi, quasi tutti bambini piccolissimi. In queste miniere gli incidenti mortali sono all’ordine del giorno, derivanti in particolare dal crollo improvviso dei tunnel usati per estrarre il minerale. In molti casi non si tenta nemmeno di liberare i bambini che restano intrappoli a seguito di questi crolli. Si aspetta semplicemente qualche giorno e poi si procede ad aprire un nuovo foro contiguo a quello crollato. La stessa situazione di può trovare nelle piccole miniere di Midi-Midi, Ndedu, Biodi e Nzoro. Il Governo ha invece nazionalizzato le miniere di Tora e Giro, nell’estremo nord-est del Paese. Qui sono stati invitati i delegati dell’Unione Europea che dovevano verificare l’attuazione delle direttive della UE in merito alla condizione dei lavoratori e, non a caso, queste sono le uniche due miniere dove la maggioranza dei lavoratori è in età adulta e dove sono presenti un distretto medico di pronto intervento e condizioni di sicurezza effettivamente più che accettabili. Ma parliamo di due miniere quasi minuscole usate in questo caso come vero e proprio specchietto per le allodole volto a dare una parvenza di legalità alla maggioranza del Coltan estratto in RD Congo.

Vendita del Contan

Rispetto a due anni fa la vendita del Coltan ha subito una vera e propria evoluzione. Se due anni fa il Coltan veniva venduto e trasportato in appositi centri anche molto distanti dal punto di estrazione, oggi molto del minerale viene venduto attraverso canali telematici e consegnato direttamente nelle miniere. Fanno eccezione le miniere illegali che non hanno le nuove “vie di comunicazione” costruite dal Governo centrale e protette dall’esercito congolese e dalle forze dell’Onu. In questi casi il maggior centro di raccolta e vendita rimane sempre la città di Dungu dove le partite “illegali” vengono vendute all’asta al miglior offerente, che spesso si materializza nei panni di commercianti cinesi, ugandesi e ruandesi. Di recente ci sono voci molto attendibili che tutto il mercato di Dungu sia in mano a un iraniano senza scrupoli (che per inciso e a scanso di equivoci con l’Iran non c’entra nulla), ma non ci è stato possibile verificare questa informazione. Rispetto a due anni fa sono invece scomparsi del tutto i mercati illegali di Isiro e di Bunia. Gli acquirenti sono i soliti, in particolare aziende cinesi di componentistica elettronica che lavorano per conto delle grandi multinazionali produttrici di telefonini e computer. Un nuovo mercato si è aperto (in realtà potenziato) verso l’Uganda e il Ruanda anche se in questo ultimo caso di recente la richiesta è parecchio calata visto la scoperta di giacimenti di Coltan nell’area di Gatsibo.

Come la legge sulla tracciabilità viene aggirata

I sistemi per aggirare le leggi americana ed europea sulla tracciabilità dei minerali provenienti da aree di conflitto in modo che venga etichettato come “conflict free” sono sostanzialmente due e piuttosto semplici:

  1. finta nazionalizzazione delle miniere
  2. esportazione del Coltan verso Uganda e Ruanda

La finta nazionalizzazione delle miniere attuata dal Governo della RD Congo per impedire il blocco della maggioranza del Colta estratto in Congo è in realtà solo un paravento. Nulla è cambiato nelle miniere nazionalizzate se non sulla carta. Non è l’esercito congolese a controllare le miniere nazionalizzate ma sono i gruppi criminali. Le condizioni di schiavitù dei lavoratori sono le stesse che c’erano prima della nazionalizzazione. La differenza la fa il certificato rilasciato dalle competenti autorità americane ed europee che certifica la provenienza del minerale come “non proveniente da aree di conflitto” e che permette a molte aziende occidentali e alle multinazionale di poter dire che i loro prodotti sono “conflict free” quando in realtà non lo sono affatto.

Ancora più semplice il secondo metodo, quello cioè di esportare il Coltan estratto dalle miniere illegali verso Uganda e Ruanda per far poi figurare che il minerale è stato estratto in questi due Paesi. In particolare questo metodo viene usato con l’Uganda dove a comprare la maggioranza del Coltan estratto nelle miniere illegali della RD Congo è la Uganda Chamber of Mines and Petroleum (UCMP), una azienda sotto controllo del Governo di Kampala che oltre al Coltan importa dalla RD Congo altri minerali preziosi come diamanti, oro, tungsteno e vermiculite. La UCMP fa figurare che i minerali vengono estratti in miniere in Uganda in particolare nella miniera di Wampewo, a Wakiso, e in quella di Buyaga, a Lyantonde, dove in realtà non si estrae nulla (forse un po’ di vermiculite) nonostante figuri che vi lavorino complessivamente 160 minatori. Di recente le vendite della UCMP sono state bloccate in quanto si è sospettato l’inganno, ma il Governo di Kampala sta facendo forti pressioni per sbloccarle. Altre finte miniere ugandesi sono state segnalate nei distretti di Bundibugyo, Nebbi e Arua.

Conclusioni

Sebbene si tenti in tutti i modi di far passare l’idea che il cosiddetto “Coltan insanguinato” non venga più commercializzato in RD Congo, la realtà è che l’unico Coltan ad essere commercializzato è proprio quello insanguinato, proveniente cioè da zone di conflitto o frutto dello sfruttamento di schiavi lavoratori per la maggioranza bambini. Si è solo proceduto a un restyling per dare al tutto una parvenza di legalità. Le miniere nazionalizzate sono sotto il controllo della famiglia del Presidente Kabila e vengono gestite con stile mafioso dai gruppi criminali che infestano la zona. In alcuni casi i capi di questi gruppi criminali sono stati addirittura nominati ufficiali dell’esercito congolese pur di dare l’impressione che sia tutto in regola. Nessuno fino ad oggi si è preso la briga di controllare. Il minerale proveniente dalle miniere illegali, che resta comunque la maggioranza, viene venduto direttamente a produttori senza scrupoli o, come abbiamo visto, ad aziende ugandesi e ruandesi al fine di aggirare le leggi americane ed europee. In sostanza tutta l’eccitazione vista tra i “difensori dei Diritti Umani” a seguito delle leggi americane ed europea sulla tracciabilità dei minerali non ha alcuna ragione di esistere in quanto in RD Congo non è cambiato assolutamente nulla. I bambini continuano ad essere schiavizzati e a morire per estrarre il Coltan e le multinazionali continuano a comprare il minerale a prezzi stracciati ma con l’etichetta falsa di “conflict free”.